Sfondare il New Jersey

From the sound of it, one would think that a bellicose neighboring state like New York, Pennsylvania or perhaps even the diminutive Delaware were about to take up arms and drive their tanks across the border in an attempt to invade the Mid-Atlantic state.

In fact, what readers or viewers often come across in the Italian media are sentences like: tir sfonda il new jersey sulla 336 or camion sfonda i new jersey e perde carburante sul raccordo.

So why does this foreign-sounding word crop up in Italian? In English, this is simply known as a ‘jersey barrier’ or ‘jersey wall’ (technically, the New Jersey median barrier, because it originated in New Jersey in the 1950s), but the key word was and still is ‘barrier’.

Italian – and other Romance languages – tend to preserve the first word in compound nouns borrowed from English. Therefore it makes sense that ‘New Jersey’ has stuck, but ‘barrier’ is often omitted.

There are plenty of examples including ‘smoking’ for ‘smoking jacket’ (e.g., ha comprato uno smoking per il gala), ‘night’ for ‘night club’ (Roma pullulava di night durante la Dolce Vita), ‘British’ instead of ‘British Council’ (e.g., vado al British) and so on and so forth.

La mala traduzione

Non amo criticare l’operato di altri traduttori. Quando incappi però in un libro di poesie con traduzione a fronte, è inevitabile che l’occhio vaghi e raffronti l’originale con la versione tradotta. Quando poi l’autore è uno dei massimi poeti nicaraguensi, il poeta ‘pazzo’ Alfonso Cortés, non si può tacere.

Taccio invece il nome del traduttore o della traduttrice, primo perché non sono a me note le motivazioni che hanno portato alle numerose e spesso gravi distorsioni nella versione italiana e, in secondo luogo, perché non avrebbe diritto a una replica in questo mio articolo.

Alfonso Cortés 1893-1969

Non vedo tuttavia nessuna ragione per non tentare di rimettere a fuoco le falle presenti nell’edizione di 30 Poemas de Alfonso uscita nel 1990. Premetto che non sono un ispanista e raramente lavoro con lo spagnolo. Tuttavia, credo un qualsiasi traduttore con una buona conoscenza delle due lingue noterebbe queste lacune.

Edizione del 1990

Già dalla prima poesia, forse la più celebre di Cortés, Ventana, si apprende che:

…yo siento que allì (sic) vive, a flor del éxtasis feliz, mi anhelo.

Viene reso in:

…io sento che lì vive, un fiore dell’estasi felice, il mio desiderio.

Cosa ha indotto il traduttore o la traduttrice a trasformare una locuzione in un fiore? Non è dato sapere. Va detto che un lettore italiano senza alcuna conoscenza del castigliano si fiderebbe della resa. Un peccato davvero.

In La Canción del Espacio, si legge che a vivir con los astros in italiano è a vivere con gli altri; pensar que todavía diventa pensare che tuttavia.

In Desde la orilla, pájaro è reso con passero. in Sueño, la Ninfa al borde ahita è tradotto come la Ninfa al bordo stanco . In Aire congojas è così riportato: cogojas. In Angelus, locura è scritto lecura. Ma è forse in Ocaso che si raggiunge il limite della tolleranza.

Y en ese cielo de tiempos pasados, hacia los horizontes va bajando una sombra de cuerpos ignorados…

E in questo cielo di tempi passati, verso gli orizzonti va abbaiando un mucchio di corpi ignorati…

Non mi so spiegare la mancanza di cura nel riportare fedelmente l’originale né l’allontanarsi così clamorosamente dal castigliano. Un’edizione che non fa onore alla (defunta?) casa editrice che lo ha pubblicato (Edizioni Amadeus), ma che spesso travisa l’opera di un poeta, creando un caos inutile.

Hudsulten

Una bellissima parola danese che letteralmente significa ‘affamato di pelle’, nel senso di una mancanza di contatto o vicinanza fisica. Una parola in circolo da una trentina d’anni in Danimarca, ma che sembra solo da poco tempo emergere su siti web in lingua italiana.

In Danimarca esiste persino una clinica per curare l’astinenza da contatto fisico.

In danese è possibile chiedere se uno ‘lider af hudsult’, ossia se ‘soffre di carenza di contatto fisico’. In inglese si trova ‘skin hunger’ e ‘touch starvation’. In italiano sembra venire tradotto con un’espressione dal sapore clinico ‘astinenza da contatto fisico’.

In tempi di coronavirus e distanziamento sociale, chissà se nasceranno altri termini in altre lingue per descrivere questa sensazione.

From stoup to stoop

These recent days have been marked by the coronavirus disease – sometimes verging on the scaremongering. This has also brought on some travel restrictions, which have made me rethink how we often take for granted that we can travel freely and easily between major cities. Major cities like Milan and New York, for example.

After learning that a couple of US legacy airlines have chosen to stop serving Milan as a consequence of the virus spread, and while reading a whole host of soundbites from either side of the Atlantic, two homophones have emerged to form a – quite personal – mental connection between these two cities.

As I was reading an Italian newspaper earlier today, I was bemused to learn that churchgoers should steer clear of stoups – or acquasantiere in Italian – to avoid catching the dreaded virus. I was bemused because I thought this practice was a thing of the past. Who in their right mind – I pondered – would want to dip their hands in a communal washbowl regardless of any potential virus lurking in these shallow hallowed waters?

The sound of this rarely spoken word instantly brought me to its homophone (though not a homograph): the omnipresent New York stoop.

So where did these two words originate from? Are they somehow related? They both share Germanic roots: stoup stems from the old Norse and Icelandic meaning flagon or beverage container. By contrast, stoop comes from Dutch steop meaning step. Interestingly, stoop also means pitcher or jar in some southern Dutch and Flemish dialects.

Le pseudo French?

In questo breve articolo vorrei mettere a confronto alcuni termini francesi in un triangolo linguistico: francese, italiano e inglese.

Vorrei dunque cercare di far luce su alcuni termini che secondo alcuni dizionari e opere di consultazione non sempre sono vere parole francesi.

Partirei con chiffonnier. Questo termine che descrive un piccolo mobile appare sia in italiano che in inglese. Tuttavia in italiano sembra esistere una variante al femminile, chiffonnière. Boch asserisce che si tratta di un italianismo. Alcuni dizionari (Treccani e Zingarelli) la riportano ma la etichettano come parola antica o rara. Opterei per mantenere l’originale maschile. Da notare che in America del Nord, per chiffonnier si intende un mobile più grande a volte provvisto di specchi.

Un altro termine che vale la pena rivedere è bohémien . In italiano sembra prevalere il senso di un artista libero e anticonformista (e forse squattrinato). In francese però, il termine è sinonimo di zingaro o vagabondo. L’inglese propende per il significato italiano seppure Merriam Webster riporti anche il senso di Romani, ossia rom o gitano.

Alcune parole italiane hanno l’aspetto francese ma non hanno nulla a che vedere in quanto sono degli pseudocalchi: pan carré (pain de mie, sliced bread) ne è un esempio. Così come frappè, che sembra essere una troncatura di frappé par la gelée. Termine non usato in francese se non, forse, per riferirsi al lait frappé (termine franco-canadese per tradurre milkshake) oppure allo champagne frappé, pratica tra l’altro non consigliabile. Ma qui divaghiamo. Va detto che, in inglese, frappé è un termine regionale del New England per descrivere appunto il lait frappé mischiato al gelato e che tra l’altro ha dato origine al neologismo sincretico frappuccino (frappè e cappuccino), originario per l’appunto del Massachusetts. Insomma, i francesi questo frappè non sembrano conoscerlo proprio.

Décolletage fornisce un ultimo esempio di francesismo storpiato. Stranamente in inglese questo termine è sinonimo di décolleté quando usato come sostantivo. In francese, invece, questo senso del termine sta al massimo a indicare l’azione di tagliare la stoffa di un abito per metterne a nudo il collo. Non quindi l’effetto sortito da un abito con una scollatura evidente.

Occhio quindi a non scollarsi troppo dal significato originale dei termini francesi per non attrarre la stessa attenzione di un abito troppo décolleté.

Caos geografico

In linguistica e in ambito traduttologico, il campo degli esonimi e degli endonimi è irto di insidie non sempre di facile soluzione.

Ad esempio, in italiano si sente spesso parlare di Maurizio al plurale come se fosse un arcipelago. In realtà si tratta di un’isola e come in francese (ile Maurice) anche in italiano la denominazione corretta è isola di Maurizio (oppure, anglicizzando, isola di Mauritius).

Esempio di nesonimo errato. La Repubblica di Maurizio (Mauritius in inglese) è un’isola unica e va quindi scritta al singolare.

Un caso simile si riscontra con Barbados. Anch’essa un’isola unica. Quindi al singolare.

Il sito italiano di British Airways a febbraio 2020

Analogamente, lo stesso errore si verifica per un altro angolo idilliaco dell’Atlantico: Bermuda. Purtroppo spesso si sente parlare del leggendario ‘Triangolo delle Bermuda’ Ecco, anche qui sarebbe più corretto dire ‘Triangolo delle Bermude’. Il Bermuda è un territorio il cui arcipelago va reso al plurale in ‘ le Bermude’.

Traduzione del libro di Peter Noble

Un caso a parte andrebbe dedicato a Venezuela. Maschile o femminile? In italiano sembra prevalere il maschile seppure dizionari storici italiano-spagnolo, come il famoso Ambruzzi dichiarino che sia femminile sia in spagnolo che in italiano. Non essendo un nome di paese autoctono come ad esempio Canada, Panama, Nicaragua o Guatemala (tutti maschili), Venezuela dovrebbe logicamente essere declinato al femminile in quanto la sua etimo proviene da un vezzeggiativo di Venezia, dichiaratamente femminile. D’altronde se Colombia e Argentina sono nomi non autoctoni femminili, non si capisce perché Venezuela devii nell’uso da questa regola.

Venezuela nella storia

Queen Ingrid and the landplane

I learned a new word earlier today as I was watching a short documentary on Queen Ingrid of Denmark. The reason I was watching this documentary was to glean more details about Queen Ingrid’s natural flair for speaking various languages fluently. Which, incidentally, would be worth looking into.

Queen Ingrid

The word that caught my attention was landplane, which refers to the Armstrong Whitworth Argosy aircraft carrying Princess Ingrid on her visit to her grandfather, Prince Arthur Duke of Connaught back in 1932. Landplane is an unusual word to the ears of a 21st-century speaker. However, when put into context, one can quickly realize that seaplanes were quite commonplace in those days. Hence the distinction.

An Armstrong Whitworth Argosy
This is how passengers flew in the 1920s and 1930s.

Today landplane can hardly be found in dictionaries and should not be confused with a land plane, as pictured below.

A land plane at work

Barf, ho. and other dubious trademarks

It has recently come to my attention how certain companies seem to either be utterly oblivious to the meaning behind their chosen brand names or feel quite nonchalant about it.

In Italy, for instance, a fairly recent Vodafone spinoff was branded ‘Ho’. Needless to say that, when I switched to this new low-cost phone company and had to relay my new number at work, my British and American coworkers let out a sonorous guffaw. I suppose even its very own brand name must be low-rent in order for it to be financially viable.

That being said, it’s quite mystifying that at no stage in the decision-making process did anyone in the boardroom ever bother to check what this word might mean in other languages. Mind you, to the best of my knowledge, ‘ho’ does not have any particular meaning in Italian, either.

Another example of ill-conceived name is the pet food brand name BARF, which apparently stands for ‘Biologically Appropriate Raw Food’, but which has a sickening ring to it to most American ears. Surprisingly, though, this company is based in Minnesota. Go figure.

I came across scads of similarly ridiculous examples while researching this topic. Some verged on the offensive, others on the insensitive, but they all seemed to share a blatant disregard for the basic rules of brand naming. A constant reminder that language is powerful and that choosing the wrong name may even put you out of business.

Hovskisnovski? Sikke noget vrøvl(ord). Nej, egentlig ikke.

Hvis du er interesseret i at forbedre dit dansk og at gennemskue mange sproglige diagnoser og problematikker om det danske sprog, så bliver du nødt til at læse Jørn Lunds underholdende og indsigtsfulde bøger.

Til Lunds mange titler medregnes de følgende:

Lunds bøger er et væld af ressourcer og skulle værdsættes af oversættere der arbejder fra dansk fordi de formidler oplysninger som almindelige ordbøger normalvis ikke rækker til. Fra hvem Storm P. var til hvordan dansk udtale har udviklet sig i de sidste årtier. Nødvendige redskaber til at hjælpe ikke kun oversættere, men også til alle, som er interesseret i det danske sprog og kultur.

I furbetti and the power of language

Language shapes culture and – contrariwise – culture shapes language. Although this may sound like a cliché, translators are often faced with imbecilically clichéd words that are just the brainchild of imbecilic behaviors in society. Mind you, a word in itself is never imbecilic, but it has the power to call forth the most invidious emotions in a churlish translator like me.

This is the case with the Italian word furbetti, which can certainly drive an otherwise unruffled translator into a frenzied spate of choleric outbursts. Furbetti is so ingrained in Italian culture and media that Italian readers may have been numbed by its widespread use across various collocational patterns. These include: i furbetti del cartellino; i furbetti del reddito di cittadinanza; i furbetti del quartierino; i furbetti delle targhe estere; i furbetti della tassa di soggiorno, etc.

As a catchall, i furbetti are those who seemingly find all sorts of loopholes to advance in life by outsmarting the system without having to shoulder the burden other law-abiding citizens are normally expected to. Examples could range from jumping the line at a ticket booth to dodging taxes. A federal or national crime in most countries.

It is thus most infuriating that the Italian media often resort to this cutsey patootsey term to label what other languages would simply identify as crime-prone individuals to put it mildly. Outright criminals in my book.

The same term furbetto can be used in Italian to describe a naughty child, what the English would call a cheeky monkey and the Americans a little brat. A birbante is another word used in this way. So how can such a harmless term of endearment be used so frequently and nonchalantly to refer to criminal, or in any case, offending, behaviors?

It has always baffled me that the media seem to encourage this behavior or deflate the seriousness of the charges by letting these offenders get off lightly and by camouflaging the truth with what is tantamount to a verbal pat on the shoulder.

Language is a powerful tool that permeates the mind – oftentimes surreptitiously. Translation – precisely through the lack of direct equivalents in other languages – can shine a light on these aberrant and abhorrent practices and call writers and linguists to task when tongue-in-cheek is uncalled-for.

The churlish translator is therefore hopeful that the baby talk will be thrown out with the bathwater once and for all to make room for adult talk.