Danesi di coccio?

Eccoci ritrovati con il nostro caro amico Peder Laale, non proprio in forma essendo morto ormai da oltre 600 anni, ma pur sempre fonte di grande ispirazione in materia di proverbi e detti più o meno antichi.

Tra questi, nel suo Gammeldanske Ordsprog ci ha lasciato il detto ‘Kildegangen kande kommer ofte sønderbrudt hjem’ (o più precisamente riportata ‘kildegangen kande kommer ofte brudden hiem’) ovvero ‘L’ anfora torna spesso rotta dalla fonte’, con il significato che spesso l’incuria o un’ azione rischiosa ha un esito negativo.

Dall’anfora si passa poi alla ‘krukke’ ossia ‘brocca’ o ‘vaso’, e qui le cose diventano più interessanti. Ritroviamo infatti lo stesso proverbio di prima nella forma ‘Krukken går så længe til vands at den kommer hankeløs hjem’, letteralmente, ‘la brocca si avvicina tanto all’acqua che torna senza manici’, o traducendolo in italiano con un altro proverbio ‘Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino’.

‘Krukke’ è una parola che ha tra l’altro dato vita alla metafora ‘små krukker har også ører’, ossia ‘i bambini hanno l’orecchio fino’. Stranamente però, in danese il sostantivo ‘krukke’, oltre a significare ‘brocca’ o ‘vaso’ , indica anche una persona affettata e poco naturale, specie come aggettivo ‘krukket’, o nelle accezioni di ‘skabekrukke’, un posatore o commediante o, se riferito a un bambino, smorfiosetto.

Interessante notare dunque l’uso danese di ‘krukke’ per creare sostantivi che denotano qualcosa di posticcio, come appunto ‘skabbekrukke’. Come mai quindi i cocci vengono traslati per generare simili metafore? Viene in mente l’holberghiano Den politiske kandestøber, che letteralmente significa ‘Lo stagnino politicante’, ovvero un politicante da tavolino, una persona che si spaccia per qualcosa che non è. ‘Kandestøber’ contiene il termine ‘kande’ (caraffa) e ‘støbe’ (fondere). Per associazione verrebbe da pensare che ci sia una traccia lasciata da Holberg nella psiche danese, ma in realtà l’espressione ‘krukke’ sembra derivare dal carattere intrinseco di un vaso o di una brocca, ossia grande di forma e spesso adorna, ma completamente vuota al suo interno.

Non facciamoci riconoscere.

As I was reading (and watching) the news earlier this morning, I chanced upon a clip concerning the current deputy PM of Italy on an official visit to DC. Seemingly unsure as to where he and his entourage were headed, the deputy PM blurted out the typical Italian expression Non facciamoci riconoscere.

Fantozzi has become an Italian stereotype through and through

This is an interesting expression both because it opens a window on the Italian psyche and, perhaps partly because of this, it does not lend itself to a direct translation in English.

The underlying implication in Non facciamoci riconoscere belies the idea that the average Italian is not exactly a stickler for propriety and rules and that the outside world is likely aware of this fact. Admonishing fellow Italians not to stand out in the crowd for their bad behavior is therefore seen as a collegial effort to rein in the typically Italian zest for ‘creativity’ in doing things the ‘Italian’ way.

As is often the case with my approach to idiomatic usage across languages, I have asked friends and colleagues to see if they could come up with an equivalent expression in their own languages. Most hesitated at first (which tends to be a sign that the usage is fairly culture-specific) before providing their answers. My Swedish-speaking friend, for instance, immediately sensed the Italianness of this expression, but offered skämma ut sig, which incorporates the idea of ‘shame’ and ‘disgrace’ as in Vi får inte skämma ut oss, which could be rendered in English as We must not disgrace ourselves. A bit too formal, methinks, for our Non facciamoci riconoscere. The English version, that is.

Interestingly, Russian has веди себя культурно literally meaning ‘behave culturally’, which is often used as a command to behave politely or decently. Again, semantically related, but not quite the same.

ЪЭҤДVЄ ҪЦLГЏЯДLLЧ, ЧФЏ ҢԐДЯ ԠЭ?

Which leaves us to an array of possible translations, including phrasal verbs (which come in handy at times when translating idiomatic phrases). The Brits have the wonderful show someone up, in the sense of ‘far fare una brutta figura’ , which incidentally lacks the restrictive connotation Americans have bestowed on this useful phrasal verb, i.e., to make someone feel embarrassed by upstaging them or doing something better than them.

Similarly, in the UK and Australia, and possibly in other English-speaking countries as well, the expression let the side down, a sports-related idiom, includes the idea of inclusiveness, thus making it a good candidate. Other sports idioms – quite abundant in US English – all seem to evoke embarrassment, although it’s the cause of the embarrassment that differs. Goal-oriented cultures like the US often seems to stress the idea of failing to achieve a goal or carry out a task (drop the ball; screw up) or being a loser (last man out), rather than focusing on the very Italian idea of ‘bella figura’ or lack thereof.

Of course the idea of losing face is a universal concept that can be found in many other languages, but the Italian non farsi riconoscere still betrays the sense that a certain reputation precedes Italians when they travel abroad. So don’t let the side down, you guys!

An Italian attempting to keep a low profile.

Lo siento pero no te entiendo

Aunque parecidos, el italiano y el castellano son dos idiomas extremamente distintos. Por supuesto los italianos pueden entender el sentido general de un mensaje en castellano y creo que los hispanohablantes también tienen un relativo fácil acceso al italiano. Sobre todo cuando el registro linguistico es formal.

Muchos conocen las discrepancias lexicales entre los dos idiomas y los falsos amigos que siempre están al acecho. Sin embargo, soy de la opinión de que los modismos son el ambito que, más que nada, puede crear dificultades verdaderas en la comprensión intercultural.

Es suficiente hojear un diccionario de modismos para enterarse de la variedad de expresiones utilizadas en España y Latinoamérica que no existen en italiano. Vamos a ver algunos ejemplos para ilustrar lo que quiero demostrar.

Pelar la pava, meter la cuchara, ponerse hecho un basilisco, no todo el monte es orégano, éramos pocos y parió la abuela, estar como unas castañuelas , me cae gordo.

Incluso cuando una persona de habla italiana consigue entender el significado de cada palabra quedaría desconcertada de todos modos. Por ejemplo, un italiano comprende perfectamente que pelar la pava se refiere a ‘pelare una pavona’ o otro pájaro, en este caso una ‘tacchina’. Pero qué quiere decir esto en italiano? Lo mismo se pasa con ‘non tutto il monte è origano’, quizá en italiano traducido por ‘non tutto è rosa e fiori’.

Claro. Italia y España también comparten una muchedumbre de metáforas y imágenes, pero los peligros de los falsos amigos y de la diferente cultura que ha generado los modismos anteriormente mencionados necesitan un estudio de todo menos superficial.

Una palabrita tan utilizada en ambos lados del Mediterráneo como católico podría causar asombro en Italia si pronunciada en una frase como ‘Hoy no estoy muy católico’. Hasta llegar a ser prohibida en la Ciudad del Vaticano supongo.

SOS – è il caso di dirlo.

Mi capita spesso di passare o sostare in posti del tutto anonimi come stazioni della metropolitana, banchine, vestiboli di carrozze ferroviarie. In questi momenti che vacillano tra il noioso e l’inebetente, preso da un’immota apatia, ne approfitto per leggere quei pochi affissi informativi che, ultimamente, appaiono anche in versione bilingue e talvolta multilingue.

Qualche sera fa mi sono imbattuto in questo cartello informativo a dir poco surreale.

Oltre a essere prolisso (le informazioni date in caso di emergenza devono essere poche e concise), il testo presenta varie imprecisioni e ridondanze. Come se non bastasse, le due versioni spesso non coincidono, a iniziare dal titolo, dove emergency evacuation of stations non significa l’evacuazione delle persone dalle stazioni, ma l’evacuazione delle stazioni stesse, cosa per altro, se non impossibile, risulta essere poco pratica. In inglese si dovrebbe scrivere: to evacuate the station o, meglio ancora, un semplice emergency evacuation. Se il cartello è affisso all’interno di una stazione, sarà chiaro che si tratta dell’evacuazione della stazione e non di uno stadio.

Non è dato poi sapere perché si sia scelto di adottare il plurale ‘stations’. Il cartello è verosimilmente stampato e affisso in ogni stazione e quindi in ogni stazione si parlerà al singolare.

Il mezzanino – o mezzanine in inglese – è per definizione un piano o livello ed è quindi superfluo esplicitarlo. D’altronde non è nemmeno comprensibile perché ci sia un’ulteriore dicitura tra parentesi. Quasi non fosse chiaro all’utenza, forse poco preparata linguisticamente, che alla banchina si possano davvero trovare dei treni.

Di uguale interesse è l’informazione che si trova tra parentesi dopo ‘il pulsante di sblocco’ (dove presente). Posso solo immaginare la rabbia del passeggero che, lambito dalle fiamme e dal fumo, non trovasse tale pulsante, avendo precedentemente letto il cartello.

Ma è la dovizia barocca di dettagli a rendere questo cartello informativo quasi kafkiano. Scopriamo che le uscite e i varchi di emergenza sono avveniristici, essendo essi ‘attrezzati con maniglie antipanico’, e che dobbiamo servirci delle vie di fuga più vicine (mai fare il giro largo in caso di emergenza).

L’ultima chicca, a fondo pagina, ci informa che non ci troviamo in una semplice stazione metropolitana, bensì in un luogo provvisto di service staff, personale di servizio alla Downton Abbey per intenderci. Di che tipo di servizio si tratta? L’inglese tende a specificare: health service staff, customer service staff, cleaning service staff, food service staff e via dicendo. Forse un semplice member of staff o staff member sarebbe stato sufficiente. E comunque anche in italiano ‘personale di servizio’ mi porta a pensare più a una brigata di sala che al personale in servizio in una stazione.

In fondo noi traduttori siamo però fortunati: possiamo trovarci alle dieci di sera in un corridoio della metropolitana che ricorda un quadro di George Tooker e ci basta un cartello segnaletico scritto o tradotto male per risvegliarci da uno stato di torpore intellettuale.

La vaghezza dell’intervento

Ever noticed how the Italian word intervento can range across countless semantic fields? It is definitely one of those pesky words that translators from the Italian often end up at loggerheads with.

Here are some of the semantic fields in which intervento appears in Italian. As you can notice, the first few examples overlap with their English counterparts.

  • intervento in politics, such as American intervention or military or police intervention = intervento americano, intervento della polizia, intervento militare.
  • intervento in the medical field, a surgical intervention, though surgery is perhaps more common = intervento chirurgico.
  • intervento in the religious sphere, divine intervention = intervento divino.
  • in law, intervention and intervento also seem to mean the same thing.

Interestingly, in English some of these collocations can be quite strong as in ‘surgical intervention’, which helps clarify what kind of intervention we’re talking about. By contrast, Italian simply uses ‘intervento’ to refer to a medical procedure that often requires surgery, while allowing the listener to infer its precise meaning from context.

We then move on to that kind of intervento that seems to be more widespread in Italian than in English.

  • Architectural intervention, though found in specialized journals and magazines, is not half as common as the ubiquitous intervento architettonico.

Before coming to a greater rift between the two languages, where:

  • Intervento di restauro o di manutenzione is definitely not an intervention here. Perhaps maintenance work, renovation work or conservation work. Interventive conservation does, however, exist. Which should not be confused with conservative intervention, a medical term.
  • Intervento musicale = a klutzy phrase that has no direct equivalent in English. A musical performance? Interlude or intermezzo definitely sound much better, though they differ somewhat from what Italian speakers mean by ‘intervento musicale’.
  • intervento (correttivo) for correcting something: a correction, a remark, a comment.
  • intervento (accademico): this could range from presenting a paper at a conference to any speech or written contribution.
  • intervento tecnico = service or technical service

Finally, a couple of instances where the meaning of intervento is closer to response:

  • pronto intervento = emergency response
  • tempi d’intervento = response time

Similarly, the English verb intervene occasionally behaves somewhat differently than its Italian counterpart. Sentences like intervenire a un congresso simply means to ‘speak or be a speaker at a conference’. And ringraziare gli intervenuti ( a noun derived from the participle) is to thank the speakers or participants. By the same token, a sentence like five months intervened between the outbreak and the end of the epidemic is probably best rendered as intercorrere.

On a final note, with regard to intervento accademico or intervento a una conferenza,Virginia Browne’s otherwise excellent 1987 edition Odd Pairs and False Friends reads that:

You will forgive me for intervening, but I wouldn’t go that far.

Ti te voeuret fa’ l’american?

Mi ero ripromesso di non concentrarmi sugli esempi di mala prassi (o prassi del tutto assente) nel campo della traduzione e della comunicazione bilingue italiano-inglese. Mi ero proposto di parlare solo di idee – possibilmente costruttive – e di evitare di parlare di fatti o persone (per non essere tacciato da Eleanor Roosevelt di avere una mente mediocre) o di sollevare critiche al lavoro (o noncuranza) altrui. Non perché non voglia prendere posizione in merito, ma perché forse si aprirebbe una voragine di cattivi esempi di cui l’Italia sembra afflitta. E mi dispiace perché l’Italia vanta un’altissima tradizione in campo traduttologico, oltre che ad annoverare delle eccellenti penne, e quindi rende ancor più incomprensibile l’inarrestabile scempio in cui ci si imbatte quotidianamente in Italia quando si parla di materiale tradotto. Scempio dovuto, spero, all’approssimazione. O almeno lo spero, perché se si parla di approssimazione, il tiro può essere ancora corretto. Se vi fossero altre motivazioni, magari di natura economica, allora mi auguro che l’Italia non sia finita nell’incresciosa condizione di dover recuperare qualche colletto consumato sottraendo denari dalle tasche dei professionisti della traduzione. O peggio ancora, non investirvici nemmeno un centesimo.

Qualche tempo fa una mia studentessa, conoscendo la mia passione per i bagel, fino a pochi anni prima introvabili in Italia, mi passò un volantino che pubblicizzava l’arrivo in una grande città italiana di un negozio che voleva porre rimedio a questa grave lacuna culinaria. Se dapprima rimasi entusiasta all’idea di assaggiare un bagel in loco senza dover prendere un volo per Manhattan, ben presto l’entusiasmo svanì quando iniziai a notare che l’opuscolo conteneva degli errori plateali, ridicolizzando il lodevole tentativo di introdurre in Italia un prodotto culinario di matrice ashkenazita-polacca, poi diffusosi lungo la costa orientale nordamericana assurgendo a simbolo culturale squisitamente (è il caso di sottolinearlo) americano.

Il resto dell’opuscolo-menù conteneva ahimè varie altre sviste in inglese che lasciavano trasparire una certa sciatteria ortografica e, ancora più grave, una poca famigliarità con la terminologia del settore. Il che mi portò ad adombrare sospetti più che fondati: i bagel erano autentici? L’azienda era preparata? Perché dunque questa noncuranza verso la lingua e la correttezza della comunicazione?

Forse perché il lavoro di traduzione viene spesso assegnato a dei non professionisti? Perché tanto il pubblico italiano, spesso linguisticamente impreparato, non coglierebbe queste sottigliezze? Perché non esiste una cultura che apprezza la precisione dell’esposizione?

Sperando che un giorno la prassi di rigirare i colletti della traduzione prima o poi finisca e che le aziende in Italia la smettano di prendere gli italiani per il bavero linguistico, auguro a tutti un buon bagel!

Rigorously handmade? Do tell.

Interessante come l’avverbio italiano rigorosamente sia usato in varie collocazioni italiane. Forse la più comune, rigorosamente vietato, ha ragione di esserlo in quanto enfatizza un divieto. Poi ci sono, in maniera sempre più diffusa, rigorosamente fatto a mano o rigorosamente fatto in casa, sovente incontrate nel linguaggio pubblicitario o didascalico. Ci sono persino scuole di lingua che offrono lezioni rigorosamente in lingua o aziende che vendono abiti rigorosamente Made in Italy.

Meno interessante è come rigorosamente spesso si sia infiltrato in traduzioni del tutto approssimative verso l’inglese. Se, ad esempio, avvio una ricerca per verificare le collocazioni in inglese, i siti che presentano rigorously handmade sono tutti italiani. In inglese dire che una cosa fatta a mano sia stata fatta ‘rigorosamente’ non ha molto senso. Al massimo una cosa fatta a mano può essere wholly handmade, in tutte le sue parti, oppure carefully handmade. Cosa sottintende o cela dunque l’italiano con quel rigorosamente? L’ enfasi sottintende forse una clausola di esonero da possibili responsabilità? Una sorta di liberatoria? Perché questo voler insistere con un avverbio che, diciamolo, è abbastanza pesantuccio? Sottintende forse una certa propensione – tutta italiana – alla truffa, al raggiro, alla contraffazione? E che quindi rigorosamente funge da contrappeso? Perché mai, in fondo, una scuola di lingue dovrebbe pubblicizzare i propri corsi con insegnanti ‘rigorosamente’ madrelingua? Non è sufficiente che siano madrelingua? Perché un’azienda tessile italiana deve ricordarci che un capo da essa prodotto è ‘rigorosamente Made in Italy’? A parte che in italiano basterebbe un semplice ‘prodotto in Italia’. A parte che Made in Italy sia una trovata ingegnosa per darsi delle arie oltreconfine. A parte che in inglese ‘rigorously Made in Italy’ sa di calco bello e buono. Ma tralasciando tutte queste considerazioni, l’uso improprio di rigorosamente è come la mosca nel latte. E spesso sortisce l’effetto contrario, alla stregua di una exusatio non petita, accusatio manifesta.

Per contro, in inglese una legge può essere applicata rigorosamente (enforced rigorously), un medicinale testato rigorosamente (tested rigorously) o, più in generale, nelle scienze, le analisi e gli esperimenti vengono condotti rigorosamente. In questi casi, le collocazioni inglesi trovano una corrispondenza pressoché identica a quelle italiane. Per il resto, l’inglese, forse più pragmatico e razionale in materia di collocazioni, non associa rigorously a verbi, sostantivi o aggettivi a meno che non sia indispensabile, trovando superfluo, o talvolta fuorviante, l’uso che l’italiano ne fa di questo avverbio in altri contesti. E, se vogliamo dirla tutta, anche l’italiano ne potrebbe fare a meno.

Dica.

Order! Order!

I always try to give anything that remotely resembles an Italian state-run office a wide berth. However, this is not always possible and I often find myself having to interact with badly trained office staffers whose usual form of greeting is an abrasively peremptory Dica. Not Buongiorno, come posso aiutarla? Or Mi dica pure, which would take the edge off this detestable imperative. Hell no, an out-and-out Dica without the slightest hint of a smile (and would you please be quick about it as I have many important things to attend to). To confound or irritate fellow Italians and foreigners alike, this most odious of words is often uttered in barely furnished premises (but for the omnipresent take-a-number ticket dispenser), vacuous hallways and deserted information booths. A sign that, on an average working day, most Italian civil servants are not exactly running themselves into the ground. So why all the dismissiveness?

Dica!

Far from being bandied about in civil service milieus only, I, too, have had the misfortune of being addressed with a curt Dica in shops, restaurants and coffee bars on several occasions. Even when garnished with a smile, Dica just comes across as plain unfriendly or mind-numbingly perfunctory at best. So why do some Italian speakers seem to use it so nonchalantly? Are they perhaps unaware of the overtones it conveys? Am I the only speaker of Italian whose feathers are ruffled whenever a Dica is hurled my way?

Interestingly, all it would take to make Dica sound somewhat more polite would be a Mi in front of it and a pure right after it. Unfortunately – for the sake of conciseness perhaps – this is not always the case and I, as an anthropologically curious translator, have taken it upon myself to do a little research to find out why this is the case and whether other Romance languages have similarly direct salutation forms.

My findings seem to point to a refreshing lack of such acerbic gambits in several other languages I have taken into consideration. But I may be wrong. In French, it is safe to assume that a literal Dites-moi blurted out of context could easily cause a diplomatic incident. In this regard, the Canadian writers Julie Barlow and Jean-Benoît Nadeau have published an insightful book that is well worth a read if you wish to succeed in communicating effectively in the Hexagone.

Julie Barlow and Jean-Benoît Nadeau explain how a simple ‘Bonjour’ can get you off on the right foot when in France.

So I turned to Spanish and Portuguese to see if anything of this sort occurred in these kindred languages. In Spanish Diga or Dígame are common expressions to say ‘hello’ when picking up the phone. I believe a Buenos días is always the way to go in customer service jobs in both Spain and Spanish-speaking America. In Portuguese, phrases like Diga or Diga lá are synonymous with the Rioplatense Spanish Dicelo ya or standard Spanish Dilo/Digalo, which would mirror the Italian Dillo/Lo dica – again an impatient-sounding imperative.

So we’re left with this false conundrum: as there is no hard evidence that other languages would condone a stray Bitte? a cursory Prego? or a drawn-out Yes?, then we can safely assume that Dica is idiosyncratic to Italian and that next time I hear it I will reply by clicking my heels while rendering a military salute.

‘Dica?’ – ‘Comandi’

Modulation and phrasal verbs

Modulation is defined as a ‘change in point of view’ that allows us to express the same phenomenon in a different way. At times modulation is the only way (lexicalized or compulsory modulation), such as in the time when, where when becomes ‘where’ in the French translation le temps où. At other times, however, modulation is free, i.e., because the target language rejects literal translation, thus adding a more interesting dimension to the translation process, while obliquely providing the translator with plenty of room for creativity.

Vinay and Darbelnet’s enlightening work.

This type of free modulation often includes a transfer from abstract to concrete, e.g.: l’ultimo piano = the top floor; te lo lascio = you can have it; un film in esclusiva = a first-run movie; cause and effect: uno stagno misterioso = a sequestered pool; it baffles analysis= sfugge all’analisi; means and result: firewood = legna per il fuoco, and so on and so forth. Incidentally, these examples have been extrapolated from the groundbreaking 1957 book by J.P. Vinay and J. Darbelnet Stylistique comparée du français e de l’anglais. An enlightening read that has since led me into yet another area where modulation is often necessary: phrasal verbs.

Take the following example in Italian: Quel truffatore gli ha rubato fino all’ultimo centesimo. This sentence could be easily translated, quite literally, as: That con man stole every last cent from him. What if, however, we chose to use modulation to make this sentence sound a little more idiomatic in English and tried something like: That con man gulled him out of every penny he had? Or, along the same lines, È stato defraudato dell’eredità could similarly be rendered literally as He has been defrauded of his inheritance or, through modulation, slightly more idiomatically, as They did him out of his inheritance. This is usually not a problem when such verbs can lead to multiple options, but how about phrasal verbs that are culturally ingrained or slangy or that seem to defy a comprehensive definition in the target language? Like hang out in the Garfield strip above. Would a simple uscire do the trick here? Or andare/stare in giro? I often wonder how the meaning of this phrasal verb can be fully modulated into Italian, since the Italian uscire or stare in giro does not necessarily convey the idea of passing the time leisurely or, more often, aimlessly.

Similarly, if we were to translate a sentence like: Ci pensò e ripensò ma non riuscì a trovare una risposta, a literal translation would probably fall wide of the mark, as Italian tends to use verbs signaling repetition, whereas English would likely resort to a phrasal verb. Hence, a possible translation could be He chewed the matter over but couldn’t come up with an answer.

Phrasal verbs containing the verb ‘get’ offer countless opportunities for modulation

Interestingly, phrasal verbs containing get contain a wealth of potential avenues for modulation from Italian into English. If an Italian college student were to say: Non passiamo all’anatomia prima del secondo anno, a first attempt could lead to We don’t start anatomy until the second year, though we lose the idea of ‘upgrade’ from an easier subject to a more challenging one. Sifting through the realm of phrasal verbs might generate a few more idiomatic ideas, such as We don’t get on to anatomy until the second year. Yet another example of a phrasal verb thankfully coming to the rescue when an unassuming verb like passare is seemingly ready to trip you up.

So while it may seem self-evident that idiomatic usage in a language will inevitably call for modulation, thinking of an appropriate phrasal verb when translating from Italian into English can often provide a viable solution.

Be’, è un po’ impegnativo però.

I had never noticed how often Italians use the word impegnativo before I got myself a very large puppy that attracts everyone’s attention every time I take him out for a walk. I’m not even going into all the weird questions I get asked about my big boy, but one thing that I did notice is the frequent use of impegnativo, which roughly translates as demanding or challenging, and that is invariably tossed my way when I’m out and about with my dog.

I’ve always found it odd for passersby to define my choice of having a large pet as a companion as impegnativo, as though I had just announced my plan to climb the K2 or take out a multi-million loan to restore an abandoned castle in Auvergne.

I have since taken note of how frequently Italians seem to resort to this adjective as an all-purpose reply to certain situations that, quite frankly, I would deem less than challenging or far from demanding.

The term impegnativo encompasses the idea of a commitment (impegno) or an awesome responsibility with fearsomely binding legal implications verging on promissory estoppel. Surely – I keep telling myself – having a large-sized dog shouldn’t warrant such – albeit passing – comments.

Interestingly, the range of Italian collocations featuring impegnativo is quite varied and it can become impegnativo (troublesome) for the translator to find appropriate collocations in English. For instance, in Italian a dress may or may not be impegnativo. Would this be a formal dress in English? A present may also be referred to as impegnativo or poco impegnativo, which usually means it is either expensive or not so expensive, but if it’s to be given, say, on Valentine’s Day, it may also hint at the fact that an expensive gift, or a regalo impegnativo, could also lead to a more committed relationship.

I would normally confine impegnativo to a demanding task or a taxing job. An exam perhaps. But why would my dog be impegnativo? Any dog, regardless of its size, is a responsibility insofar as it has to be fed, groomed and walked, but mostly loved and cherished. Why would anyone feel it burdensome (incidentally another way of connoting impegnativo)  to welcome a pet into one’s life? So I decided to look further into the matter to try to get to the bottom of it. I researched, inconclusively, other Romance languages to see whether they, too, contemplated a similar word. However, it seems to me that the Spanish laborioso just means demanding or time-consuming and if associated with a dog as in perro laborioso, it would mean a hard-working dog. Perhaps a perro exigente (exigente in Portuguese or exigeant in French) would come close, but then again Italian also has esigente, which has a rather different connotation from impegnativo.

So is this yet another culture-specific word whose meaning Italians have decided to extend to a variety of contexts? If so, would it be far-fetched to surmise that some Italians are disinclined to commit themselves to much in life? Or are they implying that my dog is high-maintenance or merely a lot of work? Either way, in a world where everyone seems to be impegnato (busy) or pieno di impegni (with a lot on one’s plate), calling my gorgeously laid-back dog impegnativo just sticks in my craw and rankles with me long after my Newfie and I have waddled by.